Un danno ambientale aggiuntivo che si è creato in questi anni

Negli anni ’80, la mobilitazione globale per salvare lo strato di ozono portò alla firma del Protocollo di Montreal (1987), un successo diplomatico senza precedenti che impose l’eliminazione dei clorofluorocarburi (CFC). Tuttavia, la scienza moderna sta portando alla luce un effetto collaterale inaspettato: le sostanze introdotte per rimediare al danno ambientale hanno generato una nuova, silenziosa minaccia globale.

danno ambientale
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Indicazioni su un recente danno ambientale

Una ricerca condotta dalla Lancaster University ha rivelato che, da oltre vent’anni, il pianeta è oggetto di una costante deposizione di acido trifluoroacetico (TFA). Questa sostanza è un sottoprodotto della degradazione dei gas refrigeranti di nuova generazione (idroclorofluorocarburi e idrofluorocarburi), utilizzati massicciamente in condizionatori, frigoriferi e schiume isolanti proprio per sostituire i dannosi CFC.

Il processo è ciclico e pervasivo: una volta dispersi nell’atmosfera, questi gas si trasformano in TFA, un composto appartenente alla famiglia dei PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) a catena corta. Caratterizzato da un’estrema persistenza, il TFA si dissolve nelle nubi e ricade al suolo tramite le precipitazioni, raggiungendo anche aree incontaminate come l’Artico, a migliaia di chilometri dalle sorgenti industriali.

Secondo i dati pubblicati su Geophysical Research Letters, tra il 2000 e il 2022 sono state depositate circa 335.500 tonnellate di TFA, con volumi annuali che sono più che triplicati nell’ultimo ventennio. Se alle medie latitudini e nelle aree urbane il contributo principale sembra derivare dai refrigeranti automobilistici (che si convertono in TFA molto rapidamente), l’analisi delle carote di ghiaccio polare conferma che la contaminazione artica è quasi interamente riconducibile ai sostituti dei CFC.

La gravità della situazione risiede nella tossicità e nella pervasività del TFA. La sostanza è stata infatti rintracciata nelle acque potabili europee; nel sangue umano e nel latte materno; negli organismi acquatici, dove compromette i cicli riproduttivi. Parliamo quindi di una sostanza che ormai fa parte della nostra quotidianità e che mette a rischio seriamente la salute dell’uomo. Insomma per risolvere un problema se n’è creato un altro ancora più allarmante.

Sebbene nuovi accordi internazionali stiano tentando di limitare l’uso di questi gas, il “debito chimico” è già stato contratto: i gas già emessi continueranno a produrre TFA per decenni, con un picco di accumulo previsto tra il 2025 e il 2100.

Ciò che era nato come una soluzione ecologica si è trasformato in una forma di inquinamento globale e persistente, alimentata non solo dai refrigeranti, ma anche da pesticidi e farmaci, che continua ad accumularsi inesorabilmente negli ecosistemi e nei nostri corpi. Bisogna fare i conti su una nuova contaminazione che rischia di diventare letale per l’organismo umano.

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