Il Mar Mediterraneo continua ad essere troppo inquinato: le contromisure all’orizzonte

Nonostante rappresenti appena l’1% della superficie marina globale, il Mar Mediterraneo è diventato uno degli hotspot mondiali per l’inquinamento da plastiche, ospitando circa il 7% delle microplastiche totali del pianeta. La sua natura di bacino semi-chiuso lo rende una vera “trappola”: ogni anno vi finiscono oltre 100.000 tonnellate di polimeri che, a causa del limitato ricambio idrico, si accumulano lungo le coste e sui fondali.

Mar Mediterraneo
Mar Mediterraneo

Gli scenari per fronteggiare l’inquinamento del Mar Mediterraneo

Il problema non è solo estetico, ma profondamente biologico. Con tempi di degradazione lunghissimi, le plastiche si frammentano in microparticelle che assorbono additivi tossici, patogeni e persino geni di resistenza agli antibiotici.

Una volta entrate nella catena alimentare attraverso l’ingestione da parte della fauna marina, queste sostanze diventano una minaccia diretta anche per la salute umana. Per affrontare questa emergenza è nato il progetto MAESTRI (Modelli previsionali di accumulo di microplastiche in aree marine costiere), coordinato dall’Università di Palermo.

L’obiettivo è ambizioso: sviluppare il primo modello previsionale capace di simulare la distribuzione delle microplastiche nel Mediterraneo centrale per i prossimi dieci anni. Integrando competenze di geologia, biologia marina, ingegneria e chimica, il team di ricerca mira a mappare le “rotte” dei rifiuti, influenzate da correnti, venti e circolazione costiera.

Comprendere queste dinamiche è l’unico modo per individuare le aree più vulnerabili e mitigare l’ingresso dei polimeri nelle reti trofiche. Uno degli aspetti fondamentali di questo progetto è utilizzare la giusta tecnologia, con costante monitoraggio, sul campo. Le attività di ricerca si concentreranno su due aree pilota strategiche includendo la Sicilia sud-orientale, ben 8 km tra l’Isola delle Correnti e Vendicari.

Si passa anche a Malta, con 9 km di coste comprendenti siti iconici come Ghadira Bay e Golden Bay. Tra il 2025 e il 2026, il progetto impiegherà tecnologie d’avanguardia. Droni con sensori avanzati analizzeranno le spiagge, mentre strumenti geofisici scansioneranno i fondali fino a 50 metri. I ricercatori raccoglieranno centinaia di campioni di acqua e sedimenti per analizzarne la composizione chimica tramite spettroscopia FT-IR, risalendo così all’origine dei rifiuti.

Un aspetto innovativo riguarda lo studio della “plastisfera”, ovvero le comunità di microbi che colonizzano la plastica. L’obiettivo è censire batteri e funghi potenzialmente in grado di degradare i polimeri. Infine, l’installazione di telecamere ad alta risoluzione a Malta permetterà di osservare in tempo reale l’accumulo di rifiuti dopo le mareggiate, fornendo dati cruciali per validare i modelli matematici. Capire dove si deposita la plastica è l’ultima chiamata per proteggere la biodiversità e la nostra stessa tavola.

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